Di recente ho letto dei libri che trattano il tema dei bias cognitivi. Sono, in breve, dei processi mentali automatici e sistematici che offuscano la razionalità di giudizio, basandosi ad esempio su informazioni parziali, mal interpretate, in cui si dà maggior peso ad alcuni aspetti rispetto ad altri. I libri in questione sono:

È un tema affascinante, perché sapere come funziona la nostra mente ci aiuta a utilizzarla in maniera più consapevole e razionale.

Alcuni bias cognitivi

Il saggio di Dobelli è di agile lettura e presenta in tutto cinquantadue bias ed errori mentali, con uno stile informale e accattivante. Il volume di Kahneman è invece più rigoroso e scientifico, dedicandosi non solo alla spiegazione dei bias, ma soprattutto a come la nostra mente prende decisioni. Vi è quindi, ad esempio, l’analisi della contrapposizione tra intuizione, pensiero veloce, e ragionamento, pensiero lento. Il tutto, compresa la parte dedicata ai bias, è condito da esperimenti e indagini compiute dall’autore e dai suoi collaboratori.

In questo articolo voglio riportare in breve alcuni tra i bias che mi sono rimasti più impressi dopo le due letture.

Bias di sopravvivenza

Nella vita di solito la società dà maggiore importanza ai successi piuttosto che ai fallimenti. Per questo motivo tendiamo a sovrastimare in maniera sistematica le nostre chance di successo in qualcosa. Che sia diventare una rock star, uno scrittore famoso o avviare una start-up innovativa, la nostra mente ci cullerà con l’immagine che il successo è a portata di mano, dato che lo vediamo sbandierato dappertutto. In realtà, nessuno ci mostra quanti hanno fallito. I musicisti che hanno mollato, i libri che non hanno venduto e sono finiti al macero, le aziende che hanno chiuso i battenti. Siamo attirati dalle storie positive perché ci fanno credere di poter arrivare a quei livelli, ma per valutare al meglio le nostre capacità dobbiamo avere la possibilità di guardare anche a tutte quelle storie nascoste di fallimento. La probabilità di riuscita ne sarà molto ridimensionata.

L’effetto overconfidence

Sempre in qualche modo legato alla fiducia in noi stessi, l’effetto overconfidence riguarda la sovrastima delle proprie capacità di giudizio. Questo effetto si può manifestare se chiediamo una previsione dell’andamento del prezzo di una risorsa strategica o il numero di abitanti di una nazione. Ci fa capire quanto divergano ciò che conosciamo e ciò che pensiamo di conoscere. L’aspetto interessante è che questo effetto è tanto maggiore quanto più si è esperti di qualche argomento.

E no, a quanto dice Dobelli, non è una questione di essere ottimisti o pessimisti. Entrambe le tipologie di personalità sono soggette a sopravvalutarsi.

La fallacia dei costi sommersi

Stai leggendo un libro noioso, ma continui nonostante gli sbadigli. Sei al cinema, ma ti stai maledicendo per aver comprato il biglietto per un film che non ti sta piacendo. Sei incastrato/a in una relazione ormai arrivata al capolinea, senza avere la forza per troncare definitivamente.

Sono tutti esempi di come i costi sommersi ci impediscano di prendere decisioni. Abbiamo investito del denaro nel libro e nel film, quindi dobbiamo finire di leggere e restare al cinema fino ai titoli di coda. Abbiamo investito energie mentali ed emotive in un’altra persona, quindi non possiamo buttare tutto al vento, anche quando l’amore è ormai acqua passata. I costi sommersi ci appesantiscono impedendoci di prendere una decisione che ci fa guadagnare qualcosa nell’immediato: il nostro prezioso tempo.

I costi sommersi ormai sono passati, è inutile ripensarci. Il tempo invece è presente ed è importante riappropriarcene.

Bias di conferma

Probabilmente il più noto tra gli errori cognitivi, il bias di conferma si manifesta quando diamo maggior peso alle informazioni e ai ragionamenti che confermano qualcosa in cui crediamo, piuttosto che a quelli che lo mettono in discussione o lo confutano. È il motivo per cui è così difficile cambiare idea nel profondo su qualche argomento, anche quando veniamo messi di fronte alle prove opposte. Il bias di conferma è in agguato, pronto a farci risplendere le prove a nostro favore rispetto a tutte le altre.

Ed è un vero peccato, perché così facendo ci priviamo della possibilità di ampliare la nostra mente e aprirci a nuove visioni del mondo.

Bias dell’autorità

Ovvero, cercare di pensare in maniera autonoma anziché affidarsi alle opinioni di una persona ritenuta maggiormente autorevole. Questo ovviamente non significa che le persone più tenute a parlare di un determinato argomento siano da ignorare, ma che, nel caso in cui dovessero dire qualcosa di non corretto, bisogna essere in grado di riconoscerlo come tale. L’autorevolezza non è sinonimo di infallibilità.

Daniel Kahneman
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Bias dell’accessibilità

Ciò che pensiamo è direttamente collegato alla facilità con cui riusciamo a pensarlo. Quando dobbiamo rispondere a qualche quesito tendiamo a utilizzare per prime le informazioni che ci vengono prima – qualcuno ha parlato di pensiero veloce? Sì, parlo con te, Kahneman! – e a dare a esse quindi un maggior peso nell’argomentazione. In realtà, sono solo le informazioni che ci sono venute in mente per prime, non quelle più importanti.

Bias delle storie e illusione del controllo

Come essere umani, costruiamo storie. Principalmente perché vogliamo dare un senso, un filo conduttore, a ciò che ci succede. Il bias che si annida in questo aspetto ci porta a dare un maggior contributo informativo alla narrazione di quanto effettivamente ne abbia. Preferibilmente, rimuovendo da essa eventuali contraddizioni.

In realtà, la vita è caotica. L’idea di ricostruire a posteriori un senso logico è un bias che in alcuni ambiti ci porta a prediligere alcuni aspetti in verità marginali di una vicenda o di un evento rispetto a quelli effettivamente fondamentali.

Collegato al bias narrativo c’è anche quello relativo all’illusione del controllo. È un bias per cui sovrastimiamo la nostra capacità di controllare ciò che ci succede e ciò su cui possiamo avere direttamente impatto. I cosiddetti pulsanti placebo si basano proprio su questo principio.

La regressione verso la media

Nella nostra esperienza di vita quotidiana, non siamo abituati, mentalmente parlando, a confrontarci con il concetto di media, quindi attribuiamo a qualcosa di diverso l’effetto della regressione verso la media. Eventi straordinari sono in media seguiti da eventi meno appariscenti, e viceversa. È una questione di media.

Se non pensiamo alla media, finiamo per spiegare un miglioramento o un peggioramento in relazione a qualche attività che abbiamo compiuto. In realtà, con molta probabilità quel miglioramento o peggioramento sarebbe arrivato comunque, per effetto della media.

Effetto alone

L’effetto alone significa che offuschiamo le altre informazioni su un determinato argomento basandoci sulla prima impressione, positiva o negativa, legata a un solo aspetto dell’insieme. Traiamo conclusioni in base a un solo elemento che offusca gli altri, prevalentemente in modo inconscio.

L’effetto alone è spesso alla base della pubblicità, ad esempio, nella scelta dei testimonial. La bellezza o la fama sono elementi su cui focalizziamo l’effetto alone e per cui ignoriamo caratteristiche maggiormente rilevanti a seconda dell’ambito.

Effetto framing

Reagiamo a una situazione a seconda di come ci viene presentata, inquadrata, descritta. Se cambia la cornice, il frame, cambia anche la nostra reazione e le nostre decisioni.

Questo significa che alternative logicamente equivalenti possono essere formulate in modo differente al fine di far decidere diversamente la persona. Se ti è venuta in mente di nuovo la pubblicità non è un caso.

Ok, non sono state proprio due parole…

Il titolo dell’articolo dice due parole, in realtà ne sono uscite fuori circa 1.300. Ops. Il discorso, purtroppo o per fortuna, è interessante ed è utile sapere in quali meccanismi psicologici possiamo incappare anche senza rendercene conto.

Sapere come funzioniamo è un primo passo di consapevolezza e miglior rapporto con la nostra razionalità. I bias cognitivi sono molti di più di quelli che ho elencato e probabilmente anche di più di quelli illustrati dai due autori nei loro rispettivi saggi. Avere comunque conoscenza della loro esistenza è un buon punto di partenza per approfondire l’argomento.

Pubblicato da Gianluca Santini

Escursionista, blogger, scrittore

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