Non condividere ciò che non condividi

I social network che frequentiamo vivono grazie ai nostri comportamenti. Ciò che pubblichiamo, ciò a cui mettiamo il like, dove commentiamo, cosa condividiamo, sono tutti elementi che il social network acquisisce ed elabora mediante opportuni algoritmi con l’obiettivo di decidere cosa mostrarci. Questo vale, ad esempio, per individuare meglio il pubblico a cui mostrare i post sponsorizzati dagli inserzionisti, ma anche, più banalmente, per verificare cosa mostrare prima nel nostro feed e in quello di tutti gli altri utenti come noi. Più interagiamo con un profilo o una pagina, insomma, più spesso l’algoritmo ci mostrerà post provenienti da quella fonte.

Questo, di norma, è un vantaggio, perché se interagisco con frequenza con un utente verosimilmente è perché sono davvero interessato a ciò che pubblica. L’altra faccia della medaglia è che profili e utenti con cui magari vorremmo interagire non ci vengono mostrati spesso, quindi le interazioni saranno poche, alimentando per quei post la bassa probabilità di esserci mostrati nel feed.

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Due parole sui bias cognitivi

Di recente ho letto dei libri che trattano il tema dei bias cognitivi. Sono, in breve, dei processi mentali automatici e sistematici che offuscano la razionalità di giudizio, basandosi ad esempio su informazioni parziali, mal interpretate, in cui si dà maggior peso ad alcuni aspetti rispetto ad altri. I libri in questione sono:

È un tema affascinante, perché sapere come funziona la nostra mente ci aiuta a utilizzarla in maniera più consapevole e razionale.

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Una via per il minimalismo digitale

Un percorso in tre libri

Per trattare il tema del minimalismo digitale, ovvero l’utilizzo più consapevole e ottimizzato, più attivo, di smartphone e tecnologia, ho letto di recente alcuni libri. È proprio da questi e dalle riflessioni che ne sono scaturite che voglio partire per tracciare una via per il minimalismo digitale che consenta di farsi un’idea più chiara della situazione. I libri in questione sono:

Insieme ma soli

Sherry Turkle è una sociologa e psicologa, lavora presso il M.I.T. (Massachusetts Institute of Technology) e ha dedicato la sua carriera al rapporto socio-psicologico tra tecnologia ed essere umano, in particolar modo sui bambini e gli anziani e riguardo ai robot sociali. La prima parte del libro in questione, infatti, è dedicata a questi ultimi, alle dinamiche che si instaurano con giocattoli robotici o robot destinati alla funzione di tenere compagnia. Per quanto sia un tema molto interessante, esula dal focus di questo articolo. Tuttavia, la seconda parte del saggio è dedicato proprio alla continua connessione online in cui ormai viviamo.

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Appunti di un principiante per iniziare con la meditazione

Cosa non è questo articolo

Se stai cercando una guida per iniziare con la meditazione, questo non è l’articolo che fa per te. Su Internet, ti basterà una ricerca su Google, troverai decine e decine di guide scritte da persone competenti ed esperte, molto più capaci del sottoscritto. Come dice infatti il titolo del post, questo articolo conterrà degli appunti di un principiante, nulla di più, nulla di meno.

Da qualche settimana a questa parte, infatti, ho iniziato ad approfondire la meditazione mindfulness. Ho incrociato il tema leggendo alcuni saggi il cui focus non era quello meditativo, anche se non era la prima volta in assoluto che ne sentivo parlare. In passato, durante un periodo in cui ho fatto yoga, qualche meditazione l’avevo anche fatta. Mi mancava però una visione più seria e approfondita di cosa fosse e cosa non fosse la mindfulness.

Ho fatto una sorta di piccola full-immersion nel tema. Questo è il risultato.

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Vedere gli ostacoli come stimoli

Ostacoli

Oggi è il cinquantaquattresimo giorno di lockdown dell’Italia a causa del nuovo coronavirus. Un periodo di sospensione, una bolla temporale in cui sembra di essere congelati, in cui il flusso del tempo come siamo stati abituati a conoscerlo si è ridotto all’unico elemento essenziale, il presente. Un presente a cui, nella vita precedente al lockdown, forse non eravamo davvero abituati, così impegnati a progettare il futuro e a rinvangare il passato. Ed è da questo presente che, per me, dobbiamo cercare di ripartire per ricostruire noi stessi.

È evidente che l’isolamento in cui stiamo vivendo stia generando tristezza, angoscia, ansia, paura. Anche, più banalmente, noia. Siamo stati – e continuiamo a esserlo – bombardati da notizie, siamo circondati da malattia e morte e diventa complicato destreggiarsi tra i dati, gli articoli, chi dice questo e chi dice quello. C’è chi ha difficoltà a stare con sé stesso, ora che il ritmo della vita è stato bruscamente rallentato rispetto a prima. C’è inoltre chi in casa non vive situazioni idilliache, per cui alla preoccupazione generale si aggiungono anche le problematiche specifiche.

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